Quando i cuochi dello street food diventano chef

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In televisione è un proliferare di programmi di cucina che iniziano ad includere tra i loro argomenti anche lo street food.

A cominciare dal celebre Masterchef, dove tra chef stellati e concorrenti improbabili è andata in onda la puntata dedicata al “paradiso dello street food” riletto secondo l’arte culinaria di uno chef. Menzione speciale di abbinamento chef + street food va fatta anche per Hell’s Kitchen mentre, in un contesto differente, La prova del Cuoco ha iniziato a proporre tra le sue sfide elementi  di street food e Sky trasmette sui canali Laeffe e National Geographic una versione worldwide di assaggi street food con il programma Un boccone e via.

E come dimenticare nei nostri cuori l’untissimo Chef Rubio!

Prendiamo in prestito dal vocabolario artistico degli chef (e da questa influenza mediatica) due termini che hanno preso posto fisso nel consueto modo di esprimersi, mise en place impiattamentoe ci/vi chiediamo:

E se lo street food stesse diventando la versione mise en place (o impiattata) della ristorazione?

Il merito delle trasmissioni di cui sopra è quello di aver dato dignità e giusta considerazione agli sforzi di quegli artigiani che si sentivano sminuiti nella loro professionalità solo perché una certa cultura di massa considerava il ristorante di serie A e l’asporto di serie B.

Una precisazione è d’obbligo: eleggere a serie A qualcosa non deve voler dire renderla esclusiva ed eletta solo al consumo di pochi. Quindi ben venga un impiattamento ad arte dello street food a patto che tutti i requisiti vengano rispettati.

In un nostro precedente articolo avevamo denunciato la deriva radical chic di quello che dovrebbe essere lo spirito take away. Ora abbiamo l’opportunità di stilare dei punti essenziali sul nostro modo di concepire questa branca gastronomica.

I requisiti dello street food 2.0 dovrebbero essere questi:

  • Facilità della fruibilità (un minimo di spazio per consumare il pasto in loco e un buon packaging per non sporcarsi camminando)
  • Rapporto qualità/prezzo (non datelo per scontato perché spesso pagate le mode)
  • Pasto veloce non vuol dire mancanza di creatività e un pasto creativo spesso stimola la convivialità
  • Indicazione chiare sulla provenienza di tutti gli alimenti dall’origine alla filiera.

Ci auguriamo che la potenza mediatica di tali programmi aiuti a sovvertire la gerarchia pressapochista della serie A e serie B e, nello stesso tempo, che  il buon senso dei nuovi “chef di street food” non conferisca un’impronta elitaria all’argomento. Per citare Pulp Fiction, le due branche possano usare campi da gioco diversi pur rimanendo nello stesso sport.

La ristorazione ha bisogno di veder riconosciute entrambe le professionalità. Se, da un lato, i ristoratori possono continuare ad ospitare nelle proprie location gli abituali avventori senza doversi ingegnare a preparare mazzi di fiori di zucca da servire ai tavoli, dall’altro chi predica cibo di strada può continuare senza il complesso di sentirsi inferiore a qualsivoglia chef da ristorante.

Insomma, se perfino Cracco invita fior di cuochi del take-away a partecipare ai suoi programmi, perchè mai la categoria dovrebbe sentirsi inferiore a qualsivoglia cuoco tradizionale?